Rieccoli

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Il presidente incaricato di Confindustria, Bonomi, ha subito vellicato i vissuti paranoici delle sue truppe ritirando fuori la solita solfa della diffusione in Italia di una cultura anti-industriale: un’eterna ossessione della peggior organizzazione del Bel Paese in termini di burocratismo, deficit culturale e rapporto costi/benefici (costa tantissimo e rende pochissimo).

Si tratta d’una favoletta falsa e idiota. Come mostrano numerose ricerche demoscopiche, gli Italiani conoscono assai bene il valore dell’industria, anche per il contributo che essa dà all’occupazione (e i primi a difenderla sono i suoi operai, impiegati e tecnici).

Quel che criticano – per più del 70% dei casi – è la diffusa mediocrità degli imprenditori nostrani, la loro frequente tendenza all’evasione fiscale, l’apporto consapevole all’inquinamento, il prevalente irrispetto delle condizioni di sicurezza e salute dei lavoratori e delle comunità locali (come l’omicida richiesta di riaprire subito gli stabilimenti ha confermato in questi mesi), la scarsa valorizzazione e motivazione degli addetti, l’insipienza gestionale, la vocazione a chieder soldi allo Stato, la fragilità finanziaria, ecc..

La critica di massa attiene agli aspetti deteriori delle imprese manifatturiere, non all’industria in sé. D’altra parte, ricordo che la stessa Confindustria ha avuto il suo responsabile della lotta alla criminalità organizzata inquisito e in primo grado condannato per associazione mafiosa, mentre Il Sole 24 ore, suo quotidiano, è stato coinvolto in uno scandalo basato su accertate false dichiarazioni circa le vendite, falso in bilancio e altri reati compiuti dal direttore e da vari top manager.

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