La strategia del cammello

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Un grande studioso americano, Robert T. Merton, esponente del funzionalismo sociologico (in versione meno conservatrice di quella di Talcott Parsons), una volta disse in una lezione a Stanford: “Spesso, per affrontare una crisi di valori, vale la pena di seguire la strategia del cammello, che riempie le sue gobbe di grasso (cioè d’acqua e di sostanze nutritive), per affrontare lunghe permanenze nel deserto, privo di oasi ove abbeverarsi”.

L’idea di Merton è che, quando una società tende a disarticolarsi per una diminuita condivisione dei valori sociali, possa essere utile rimettere in circolo parte del patrimonio di ‘social values’ e tradizioni accumulati in passato, per ‘reidratare’ il corpo sociale, in via di rinsecchimento da disidratazione.

È, questa, una tesi curiosa (e poco citata) che forse può venir utile in questa terza fase della pandemia, quando – capita a molti – si soffre di carenze esperienziali, affettive, emozionali (per non citare quelle reddituali).

Ebbene, tali deficit prolungati possono venir in parte colmati dal ricorso al capitale accumulato in precedenza, in anni migliori.

In quali modi? Ne cito – in disordine – quattro.

Il primo sta nell’attivare la memoria, recuperando le tracce mnestiche della nostra storia, che spesso hanno una valenza auto-terapeutica. Un esempio è dato dal diffuso ricorso agli album di foto o diapositive, che raccontano bei viaggi fatti in passato o fasi di impegno collettivo o le nozze proprie e di altri famigliari oppure l’evoluzione dei figli dalla nascita all’età adulta: tutti stimoli che aiutano a ritrovare momenti intensi, persone dimenticate, il senso delle vicende di più vite, nutrendo l’anima.

Il secondo modo ha a che fare con l’evocazione delle speranze un tempo coltivate, per scoprire che abbiamo saputo guardare al futuro (di allora) con positiva progettualità. Poi, certo, quelle aspettative in vari casi non si sono realizzate: ma è importante, in questa fase incerta e cupa, saper recuperare un poco di ‘ottimismo comunque’.

Al terzo posto possiamo dissetarci con l’acqua stivata nelle nostre gobbe: quella delle emozioni incamerate tramite libri, favole, film, musiche: da risentire o rivedere per caricarci nuovamente.

Infine, l’amore, tutto l’amore: quello attuale e quello perduto, quello sognato e quello mai dichiarato, quello per le persone o gli animali, quello per le idee o per Dio. Perché, nell’odierno avvizzimento esistenziale, abbiamo bisogno di nuova linfa idratante. E sappiamo che essa viene dal desiderare, dalle passioni, dall’Eros, dalla voglia di cambiare il mondo.

 

Credits: dal web

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