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Riprendo il mio blog, dopo un periodo di riflessione per il suicidio di mio fratello Paolo. E vi propongo qualche pensiero sulla fragilità di noi umani.

Dall’Illuminismo settecentesco il nostro mondo è stato spesso orientato dall’idea del progresso, di uno sviluppo storico che è parso – malgrado varie fasi regressive e permanenti rischi di arretramento – nella sostanza positivo, muoventesi verso più elevati livelli di civiltà, di conquiste sociali, di espansione progressiva dei diritti civili, di partecipazione popolare alle scelte politiche. Il tutto nell’ambito della continua rivoluzione scientifica e tecnologica.

Oggi tutto ciò sembra rimesso in discussione. Tanti sono i segnali di ritorno indietro, di perdita degli obiettivi conseguiti. E si diffonde – anche nei gruppi sociali e negli individui in precedenza orientati all’innovazione – un senso di sperdimento, di perdita della speranze (il futuro si è ammalato), di profonda incertezza esistenziale, di crisi della fiducia nella scienza, di terrore per la tecnica (che viene reputata ormai prevaricante l’umanità e dilapidante la natura).

Al fondo, si è indebolito lo spirito prometeico basato sulla convinzione dell’onnipotenza dell’umanità (e talora dei singoli). E con esso risulta ora debole l’ottimismo proprio delle grandi ideologie e religioni provvidenzialistiche.

In più, giocano – favorendo la depressione collettiva e personale – variegati  fenomeni onnidiffusi, come le ricorrenti crisi capitalistiche, il succedersi delle epidemie con milioni di morti in tutto il mondo, il boom delle disuguaglianze planetarie e interne ai Paesi, la percezione di degrado barbaro e  violento, eccetera.

Come s’è visto col Covid, la gran parte delle popolazioni si è misurata con la morte vicina, con l’impotenza, con la nostra strutturale debolezza, appunto con la fragilità.

Si può uscire da tutto ciò? Al presente abbiamo solo due opzioni alternative.

La prima è quella della destra populista, sovranista, irresponsabile, in sostanza egoista e omicida: quella che si rifugia nella negazione dei fenomeni, nel tentativo di trasformare le proprie profonde paure (anzitutto delle donne) in aggressività esternalizzata, in odio xenofobo, in disprezzo dei dissenzienti.

La seconda opzione è quella di un nuovo spirito rivoluzionario  fondato su pochi elementi-chiave.

1) Il rigetto dell’esistente, del continuo degrado della Terra, della distruzione delle comunità, dell’isolamento dei singoli, della frantumazione sociale, della concentrazione del potere, della tecnologia incontrollata e disumanizzante.

2) Il superamento dell’individualismo (caro al neo-liberismo) a favore di convinzioni e azioni fondate non sull’Io – davvero impotente – ma sul Noi, sulle relazioni con l’Altro, su forme di collaborazione collettive, sull’agire sociale, sul libero conflitto e sul mutuo appoggio, sul salire in cordata l’ardua erta del vivere.

3) La continua riflessione sulla morte, sulle disabilità, sulle malattie, sulla pazzia, appunto sulla fragilità di noi umani: cioè sulla nostra non onnipotenza, sul bisogno degli altri per esistere, sull’inesistenza di qualunque identità scollegata dall’interazione con donne e uomini che siano veri compagni di vita e di morte (e di impegno, di consapevolezza, di gioia e di dolore condivisi).

4) Una nuova produzione sociale di senso, che ci restituisca il piacere di inserire i piccoli segmenti dell’esistenza in un disegno mitico. Sì, perché quel che adesso ci manca è proprio il mito, la sua valenza di storia (di racconto) simbolica e universale: quella che aiuta a travalicare la piatta esperienza quotidiana  per inserirla in un disegno più alto e significante.

Per quel che mi riguarda trovo ancora nell’ebraismo profetico, nel cristianesimo evangelico, nel giacobinismo, nel socialismo anti-capitalista, nel pensiero libertario, nell’ecologismo radicale, nel femminismo elementi forti con valenza narrativa e mitopoietica (per alcuni oggetto di fedi che rispetto).

Attenzione, non propongo un minestrone ideologico: penso, invece, a storie, a favole, appunto a miti favorenti il superamento della depressione, un recuperato gusto della cooperazione, una catena percepita di vicende umane a un tempo dolenti e comunitarie, felici perché finite (mentre la catena delle persone e delle generazioni supera la finitezza).

3 commenti su “”

  1. Mi chiedo se sia superficialità o difesa la rimozione di negatività e la visione del famoso bicchiere mezzo pieno.
    Il mettersi insieme per cercare di superare vette difficili significa saper ascoltare e non sentire, cosa che nel nostro tempo sembra estremamente difficile.
    Oggi viviamo nell’epoca del vedere dove esteriorità ed estetica vincono sui contenuti, oggi quanti sono disposti veramente ad ascoltare e quindi a mettersi in discussione?
    Il demandare ad entità superiori ci permette di non mettere in discussioni guerre, miserie, malattie. Anche il finto buonismo permette a molti di essere egoisti nel proprio giardino ed altruisti in quello degli altri.
    So che è un commento forse non pertinente e caotico ma sarebbe bello avere a disposizione di un moderno salotto letterario di discussione.

  2. Buongiorno Enrico,
    mi sembra un buon punto di partenza, maturato da un tuo personale momento di difficoltà familiare, ma che a ben leggere travalica gli aspetti personali, per andare su una dimensione più collettiva.
    Personalmente, mi trovo su quasi tutto quello che scrivi. Nella mia personale vicenda umana poi, l’assenza di figli (voluta, per carità) ed una situazione lavorativa carente – non materiale, ma di soddisfazione professionale – rende il tutto ancora più difficile, per una mancanza di prospettiva che ricomprende l’ambito pubblico e privato.
    Sento intorno a me una grande sofferenza spirituale, più che materiale, questo è innegabile. Da quì bisognerebbe ripartire, magari riscoprendo il valore della Bellezza e della Poesia, indispensabile nutrimento per fare bene e aprirsi al mondo (potrebbe essere un punto 5?).

    Grazie per il tuo scritto e per gli spunti che lanci.
    Con stima e riconoscenza,
    Paolo
    PS Aspetto il tuo libro, magari davanti a un caffè o ad un aperitivo.

  3. Ciao Enrico
    mentre rinnovo il sentimento di vicinanza per la perdita del fratello e il constatare la tua grande lucidità d’analisi e soprattutto la visione prospettica che proponi, condivido l’idea che bisogna ripensare e riprendere il concetto dello stare insieme per vincere il disastroso proposito regressivo dei populisti, purtroppo non solo a destra. Condivido i quattro indirizzi che proponi per imboccare una via d’uscita dallo scoramento e impotenza paralizzante. Coraggio, non sei solo in questa ricerca e per quel che mi riguarda diffonderò nel mio ambiente queste tue chiare considerazioni.
    Un abbraccio e come si usa in mare aperto, buon vento … anche se ancora non si intravvede l’orizzonte

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