Misericordia umana

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Ho avuto due presidi al Ginnasio e al Liceo classico. Uno, un trombone tronfio e ignorante, in carica da 25 anni, prima sotto il fascismo e poi con la Repubblica (nata dalla Resistenza e subito infragilita – tra l’altro – dalla continuità del personale direttivo della pubblica amministrazione).

Il secondo, un dolce terziario francescano (ma nessuno lo sapeva) che silentemente credeva nella democrazia e nella pedagogia non autoritaria: un sant’uomo, forse anche in senso stretto. Lo vidi provato, perché messo alla prova, due volte. Quando il consiglio dei professori propose, alla fine dell’anno scolastico, la bocciatura d’un giovane indisciplinato e ribelle: il preside, pur nel superlavoro del momento, dedicò due ore a discutere il caso, convincendo pian piano il consiglio a promuoverlo. Come? Nei giorni precedenti si era fatto investigatore e – con l’aiuto informale d’un assistente sociale – aveva saputo che il ragazzo viveva in miseria con la madre, separata e prostituta di basso rango, e con un fratello con la sindrome di down (ma allora si diceva ‘mongoloide’) che seguiva tutto il giorno. Fu cristiano, alla lettera. E l’anno dopo lo studente fu promosso per merito, in parte sanato dalla fiducia in lui riposta.

Il secondo episodio, esilarante, fu quello di un altro discente che un bel giorno entrò a cavallo nell’istituto e fece un giro per tutto il pian terreno. All’inizio delle scale fu fermato. Il dolce preside capì subito che il consiglio dei professori avrebbe deciso di espellerlo, con conseguenze drammatiche per il giovane, già bocciato e di famiglia poverissima. Come si mosse? Convocò il consiglio, fu severo nella relazione d’apertura, propose e ottenne la sospensione per una settimana e 7 in condotta alla fine del primo trimestre. Nell’insieme, il minimo della pena, ottenuto con un certificato del medico scolastico – amico del capo d’istituto – che diagnosticava la patologia dell’interessato: scrisse che il giovine soffriva di ‘ippomanìa compulsiva’.

Le vie del Signore sono infinite… Ah, il buon uomo, anzi l’uomo buono, si chiamava Bernardino Ferrari. L’ho seguito sino alla morte. Lo ricordo con commozione.

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