Nemico o avversario?

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Tra le idiozie circolanti in Italia c’è la contrapposizione, semantica e concettuale, tra nemico e avversario. Anche in politica si usa dire: “il tale è un mio avversario, non un mio nemico”, quasi a dire “sono buono e civile, lo contrasto ma non lo voglio uccidere, ne riconosco la comune umanità, ci vado a cena dopo lo scontro in Parlamento”. All’opposto, chi usa la parola ‘nemico’ sarebbe un intollerante maligno, quasi un mostro psico-politico, certamente l’espressione di una cultura arcaica e bellicista.

Non concordo. La distinzione è falsa: leggete qualunque buon dizionario e vedrete che i due termini sono sinonimi. Certo, ‘nemico’ evoca la guerra, mentre ‘avversario’ spesso ha a che fare con conflitti non mortiferi. La democrazia, per esempio, nasce come scontro tra fazioni che sostituisce la guerra guerreggiata e la mette in scena, la neutralizza, con la sopravvivenza garantita a chi perde e con ripresa della pugna dei contendenti al successivo scontro elettorale.

La differenza, dunque, ha a che fare con i modi del conflitto: il primo – quello civile – che mira a sconfiggere l’altro schieramento senza feriti e morti; il secondo – brutale – che tende alla soppressione fisica del competitore.

Ciò detto, l’Altro è spesso un nemico: quando i valori, gli interessi, i progetti, le azioni sono opposti e incompatibili; e quando sono in gioco la stessa democrazia, la libertà, l’eguaglianza dei diritti civili e sociali, talora la stessa vita d’un gruppo sociale o del pianeta.

In questi casi giustamente il nemico ci fa ribrezzo, suscita in noi aggressività, ci spinge a distruggerlo come grave minaccia per la civiltà (non come persona). Tutto ciò vuol dire scontro appassionato, conflitto asperrimo, lotta simbolicamente ‘all’ultimo sangue’. E le versioni attutite di tale ‘guerra’ sono caricature della democrazia pugnace.

Rivalutiamo, dunque, la parola ‘nemico’, liberiamoci degli eufemismi come ‘concorrente’ o ‘avversario’.

Io, per esempio, sono un antifascista e antisovranista radicale, orgoglioso figlio di partigiani. Considero i fascisti di ieri e di oggi permanenti nemici: da uccidere durante la Resistenza, da odiare tutt’oggi.

Certo, se Giorgia (la nera Meloni) è offesa come donna e come madre, mi batto per lei, indipendentemente dalle sue opinioni re-azionarie. E così mi aspetto (senza illudermi) che facciano con noi i suoi camerati. Ma ciò nulla toglie al totale rigetto del suo movimento o della Lega, che mi auguro di riuscire – con tanti altri – a battere e a schiacciare, per evitare i terribili rischi che una loro vittoria determinerebbe per gli uomini e ancor più le donne di questo Paese. E, se ci riportassero ai vecchi tempi, non esiterei a usare ogni mezzo – anche militare – per contrastarli.

Ciò vale anche per altre guerre: quella dei sessi, che i reazionari vogliono rilanciare; quella di classe, oggi quasi occulta ma feroce e ‘technology driven’; quella morale, tra il Bene e il Male.

Diversamente dal Duce, ho pochi nemici e scarso onore. Ma li odio e li combatto senza infingimenti: spero con lucida razionalità e intransigente passione, essendo ‘politically uncorrect’, dunque sincero fan della democrazia combattente.

Un commento su “Nemico o avversario?”

  1. Condivido il pratico esempio politico, i valori del fascismo, del sovranismo incarnati dalla destra becera ed estrema non possono che essere considerati nemici da combattere aspramente. Pur tuttavia in alcuni casi, come nello sport del calcio, le accezioni e i distinguo sono opportuni. I facinorosi confondono spesso e creano le condizioni per far disertare gli stadi alle famiglie, ma quel che è peggio non alimentano la cultura dello sport che prima di tutto insegna a perdere e far tesoro della sconfitta.

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