L’ateo e la morte

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Sono, per quel che conta, un ateo convinto e sereno, di stampo illuminista. Nel corso della mia vita e dei miei studi non sono riuscito a trovare alcuna prova dell’esistenza di Dio (che continuo a scrivere con l’iniziale maiuscola per rispetto nei confronti di chi crede).

Non solo: ai molti misteri del vivere, ai tanti fenomeni non ancora spiegati, mi pare inutile aggiungere un altro mistero, che non farebbe che allungare il lungo elenco di ciò che non capiamo, non sappiamo, non possiamo conoscere scientificamente.

Suppongo, perciò, che la fine della vita comporti la fine dell’attività cerebrale e della coscienza. Così come penso che il corpo cominci a decomporsi, per poi finire in polvere.

Eppure… eppure da buon illuminista, razionalista, scientista non mi sento di poter escludere che dopo il decesso possiamo evolvere in qualcosa di diverso: non posso escluderlo proprio perché – come umani – non abbiamo conoscenza del ‘dopo’.

Vado dunque con curiosità verso il mio ‘exit’, che potrebbe aprirmi – come a tutti – un’esperienza inattesa, sorprendente, smentente le mie attuali convinzioni. Il che, esercitando l’arte del dubbio sistematico, non mi consente certezze, come in ogni altro campo.

Dirò di più: ho la speranza di venir contraddetto. Anche a me piacerebbe ‘continuare’, magari ritrovare le persone care (e non), vivere (?) in nuove (?) dimensioni, sapere e capire quel che non ho inteso sino alla morte.

È questa speranza che mi accomuna a chi crede, che spesso gode di una certezza proveniente dalla fede.

In fondo, la vita degli umani è animata dallo sforzo di sopravvivere, dall’orientamento al futuro: uno slancio vitale proprio di ogni soggetto di ogni specie, una ‘tensione verso’ che pare coincidere col vivere.

In questi giorni nei quali i cristiani hanno rimembrato la passione e la risurrezione del Cristo – “colui che ha vinto la morte” – ho sentito forte il fascino di una vicenda o di un mito che ha per millenni impregnato la vita di molti.

E la speranza che vi è connessa è la stessa che io, scettico e ‘miscredente’, provo sapendola indimostrata, non scientifica, probabilmente auto-prodotta da noi umani per superare l’angoscia dell’impotenza, del limite, della fine.

La speranza ci accomuna. Poi, rovesciando un detto comune, chi morirà vedrà.

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